Un giorno...

Nell'orologio digitale della sveglia i numeri che scandiscono le ore si susseguono fino ad arrivare alla combinazione univoca che indica siano le nove precise del mattino. La sveglia inizia a suonare. Un suono diverso, più melodico, meno noioso e prepotente del suono che invita ad alzarmi durante la settimana. Sicuramente è solo una mia impressione, un'impressione dovuta al fatto che il dover alzarmi non è per andare a lavoro, ma per un appuntamento. Un incontro con la mia compagna di avventure, con la mia amica di sempre, con la mia alleata e sostenitrice che non mi abbandona mai, un appuntamento con la mia moto. Fuori, tra le foglie, sento sibilare il vento ma dei timidi raggi di sole si intrufolano tra le fessure delle imposte. Mi scopro. La mattina ora il risveglio si fa più arduo, costretto ad abbandonare il tepore delle coperte sento il freddo che mi accarezza. Con movimenti quasi meccanici e incondizionati mi trascino verso il bagno, mi lavo la faccia, poi torno in camera da letto a vestirmi. Indumenti pesanti, calze grosse, pantaloni di pelle, anfibi. Una veloce colazione con un buon caffè caldo. Giubbetto, casco, guanti, chiavi di casa e della moto. Esco di casa e vado dritto al garage... lei è lì, infreddolita e in trepidante attesa di far pulsare il suo bicilindrico. Tolgo il blocca sterzo, sblocco il blocchetto d'accensione, disattivo l'allarme e la porto fuori. Tasto del Run su ON, dopo qualche secondo una lieve pressione sul tasto dello Start. Il motore inizia a pulsare, a borbottare, ad esprimere la sua voglia di girare. Finché l'olio inizia a circolare e a scaldarsi finisco di vestirmi. Salgo in sella, due tre tirate di frizione, un colpetto all'acceleratore e poi innesco la prima. Si parte. La mia compagna inizia a scaldarsi mentre io inizio a sentire il freddo che mi accarezza. Le auto, parcheggiate davanti alle case di chi ancora si concede qualche ora di sonno la domenica mattina, sono coperte dall’umidità della notte. Passo di fronte alla chiesa del mio paese, al suono della mia moto un bambino a mano con sua madre si gira di scatto per guardarmi, sul volto gli si accende un sorriso che mi riscalda il cuore. E’ bello quando i bambini, nella loro purezza e innocenza, ti sorridono, ti salutano con quelle loro piccole manine, incuranti di tutte le dicerie che ci sono su noi motociclisti, gente “brutta, sporca e cattiva”. Torno a concentrarmi sulla strada. Non ho una meta. Voglio solo stare in sella alla mia moto e godermi gli ultimi raggi di sole autunnali. Senza sapere dove andare di preciso, esco dal paese e mi dirigo verso strade secondarie e poco trafficate. Imbocco una strada che conduce sui Colli Euganei. C’è poco traffico. Qualche auto ogni tanto, qualche ciclista, qualcuno a passeggio, moto poche, molto poche. L’asfalto scorre lento sotto di me. Attorno a me alberi, vegetazione. Mi fermo per scattare qualche foto per poi risalire sulla mia moto e riprendere la mia gita senza meta. Ingrano tutte le marce, dalla prima all’ultima, senza fretta, poi una curva, chiudo l’acceleratore, tiro la frizione e scalo una marcia, affronto la curva, riprendo ad accelerare, di fronte a me sopraggiunge un’altra moto, un altro motociclista, quando ci incrociamo ci salutiamo con il tipico saluto di noi Bikers, le due dita a V della mano sinistra. Il mio bicilindrico continua a pulsare. Dagli scarichi il suono grosso e cupo che esprime la gioia di guidare il proprio ferro. I chilometri scorrono tranquilli, il tempo passa inesorabile. Ora di pranzo. Una sosta per un panino e qualche altra foto e poi di nuovo in sella per tornare verso le strade a me familiari. Dopo qualche ora sto aprendo il cancello di casa, il portone del garage. Parcheggio la mia fedele compagna, spengo il motore. Il ticchettio del ferro che inizia a raffreddarsi sembra volermi salutare, ringraziare per la nostra galoppata. Le quattro frecce mi dicono che l’allarme è inserito. Chiudo il portone, mi tolgo il casco e i guanti e prendo le chiavi della porta d’ingresso. Entro in casa, poso il casco con i guanti al suo interno, mi tolgo il giubbetto, attacco le chiavi della moto al loro posto. Anche questa giornata è trascorsa, prendo coscienza del fatto che giornate come questa si faranno molto più rare nei prossimi mesi, l’inverno è alle porte. Dentro di me il ricordo di un’altra corsa libero e fiero, in sella al mio destriero di ferro e cromo. Nel mio cruore emozioni e sensazioni che vanno ad aggiungersi a quelle passate, un insieme di ricordi che mi riscalda e mi tiene vivo. Una trepidazione che mi accompagnerà fino a quando non sentirò nuovamente il cupo borbottio del mio motore.

Fabio Ton